Pubblicato da piccimario su Maggio 13, 2008
Come sanno benissimo tutti gli utilizzatori di Latex italiani (o comunque non inglesi), il vero problema che il principiante si trova ad affrontare sono le lettere accentate: à, è, é, ì, ò, ù… Come sappiamo, il latex queste lettere non le supporta: questo potrà andare bene per un americano, ma per scrivere in italiano la faccenda è ben diversa.
Ovviamente esiste il comando apposito per rendere le lettere accentate: “\’e” diventa “è”, “\’a” diventa “a” e così via.. ma a lungo andare la cosa diventa un p\’o noiosa, poich\’e scrivere in questo modo non \’e senz’altro agevole.
Esiste una soluzione alternativa: utilizzare il package corrispondente all’encoding della propria tastiera. E qui sorge un problema: a seconda del sistema operativo utilizzato questo cambia! Per l’esattezza bisogna utilizzare:
- Windows: \usepackage[latin1]{inputenc}
- Mac: \usepackage[applemac]{inputenc}
- Linux: \usepackage[utf8x]{inputenc} (richiede il pacchetto unicode)
E’ sufficiente inserire la riga giusta dopo gli altri \usepackage, in ogni caso prima del \begin{document}. Come per magia adesso dovrebbe funzionare tutto!
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Pubblicato da piccimario su Maggio 13, 2008
Sono in piedi, in mezzo alla stanza.. Gambe larghe, piedi ben piazzati per terra, braccia leggermente sollevate lungo i fianchi.
Unisco le mani e comincio a formare i gesti di potere.. intanto mormoro l’arcana formula; mi torna alla mente quanto ho studiato la sera prima sul mio prezioso libro, il cui rassicurante peso posso sentire appeso al gancio alla mia cintura.. il solo fatto di sentirlo mi fa sentire sicuro.. il libro, la parola, l’inchiostro raccolgono il potere e lo conservano.
Sollevo le braccia lentamente sopra la testa. Il fluido scorre dalle mie mani e inonda il mio corpo, ma non mi fermo. Il mio sguardo incontra il suo: lo stupore lascia lentamente spazio al terrore, ma è solo l’inizio.
Apro le mani finora tenute chiuse a pugno, con i palmi rivolti verso il mio avversario. Mentre mormoro le ultime rune della formula l’aria attorno alle mie braccia inizia a ondulare, a prendere forma, a prendere colore. Come apparsi dal nulla, quattro dardi di fuoco sono ora fermi a mezz’aria attorno alla mia testa, immobili.
Abbasso le braccia e gli occhi. Poi sollevo la testa e incontro nuovamente il suo sguardo: ora i suoi occhi sono vuoti, non sono altro che un guscio privo di vita. E in mezzo alle sue iridi c’è solo terrore, terrore ancestrale, buio e freddo terrore. Quello che volevo.
Con un gesto repentino punto il braccio destro in avanti, e la indico. Al mio comando, i dardi sfrecciano in avanti, scompigliandomi i capelli al loro passaggio, e si schiantano contro la figura di fronte a me, in una sfera di fuoco che mi scalda il viso.
Mi volto e lentamente mi allontano tra le macerie.
E questo è quello che ho pensato mentre ho attaccato il telefono fuori dal dipartimento, dopo che una docente mi ha fatto capire che per evitare problemi burocratici e casini mi conveniva di gran lunga fare qui il suo esame invece che farlo in erasmus. Alla faccia dell’apertura verso gli scambi con l’estero, il meraviglioso programma di scambio europeo, l’Italia che vuole il suo posto nel mondo e tutta la buona volontà a voler imparare qualcosa un minimo fuori dai canoni italiani per crescere e maturare attraverso la diversità e la novità.
Un applauso all’università italiana e a quelli che non fanno nulla per migliorarla. Amen.
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