Perchè ho deciso di sbarazzarmi del mio account Facebook

Ci penso da tanto, tanto tempo. E spesso sono stato lì lì per farlo, ma mi sono sempre bloccato per un motivo, per l’altro o solo per pigrizia; di solito pigrizia, poiché prima di farlo mi sono ripromesso di scrivere un promemoria esaustivo sul perché lo sto facendo, promemoria che state leggendo ora e che temo diventerà sufficientemente noioso da scoraggiare anche i più impavidi dei miei 25 lettori (cit). Ma questa volta mi sa che sono abbastanza convinto, relativamente, più o meno abbastanza. E quindi ho preso la decisione (inutilmente, pateticamente pomposa) di lasciare Facebook. Un giorno o l’altro della prossima settimana (se ho pubblicato questo post vuol dire che mi sono finalmente deciso). Ma partiamo con ordine.

In quanto nerd da tempo immemore, mi sono iscritto a Facebook quando era ancora una esotica novità, nel 2007. In mezzo al mondo in continua evoluzione che era il web dell’epoca, servizi social nascevano e morivano ogni giorno, e facebook non era che uno di questi. L’unica novità interessante rispetto ai vari MySpace e simili che imperversavano in quegli anni era la richiesta di iscriversi con nome e cognome invece dei soliti pseudonimi. In un’epoca di ignoranza e paura (non sempre ingiustificata, invero) per il mondo “della internet su cui vanno solo pedofili e assassini” raccontato da giornalisti e insegnanti totalmente ignoranti in materia, la direttiva primaria era da sempre nascondersi dietro l’anonimato: pseudonimo, no cellulare, nessun accenno a luogo di residenza o frequentazione scolastica. Dover utilizzare nome e cognome dava una strana sensazione di vulnerabilità ma al tempo stesso di autocoscienza: io sono Mario Piccinelli di Lovere e questo è il mio profilo. Ricordo di aver provato a cercare il nome del mio paese all’epoca e di aver trovato zero contatti; ovvio, facebook era ancora una novità per nerd. Ora se cerco “Lovere” ottengo dozzine di schermate di risultati: la gran maggioranza dei residenti (almeno tra quelli sotto i 40, ma molti anche oltre) e tutte le attività commerciali, oltre che tutte le realtà sportive e le associazioni. Prima era strano essere su facebook, ora è strano non esserci.

Forse noterete che spesso scrivo facebook con l’iniziale minuscola, pur trattandosi di un nome proprio. Naturalmente il motivo principale è la pigrizia, ma sotto sotto è anche una presa di coscienza: facebook è ormai qualcosa di così diffuso e capillare da essere diventato un nome comune, come l’aspirina.

Lungi da me iniziare il balletto ipocrita dell’uva acerba, detto anche “adesso che ho deciso di andarmene scopro che è ‘nammerda”. Al contrario, non si può non ammettere che facebook è stato (ed è tuttora) un driver incredibile per l’avvicinamento informatico (non parliamo di alfabetizzazione informatica, come spiegherò poi) della popolazione generalista. Molta, moltissima gente si è avvicinata al mondo dei “compiuter”, degli “smartfon” e “della internette” per scrivere/leggere cagate su “feisbuk”. Gente che non ha mai sentito il bisogno di possedere (men che meno usare) un computer nella vita di tutti i giorni, ora arriva a casa la sera dopo il lavoro per vedere gli aggiornamenti degli amici. Gente che non ha mai pensato di avere tra le mani quella diavoleria di un “aipad” l’ha comprato e ha imparato ad adoperarlo per poter pubblicare foto dal suo pranzo. Quindi, in un modo o nell’altro, facebook (insieme ad altri fratelli minori) ha avuto un ruolo determinante nella diffusione di internet e di apparecchi atti a navigarvi in un paese del terzo mondo quale il nostro. E di questo non si può che essere grati.

C’è ovviamente un rovescio della medaglia (c’è sempre un rovescio, cazzo, non si possono fabbricare medaglie con una sola faccia!?!?); facebook (e, in misura minore per diffusione e capillarità, altri servizi analoghi) hanno scaraventato sulla rete una infinità di persone senza prima esigere che queste persone avessero un minimo di idea di cosa è la rete, come funziona e quali sono i suoi pericoli. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: chi non ha mai sentito al telegiornale di gente denunciata o licenziata per aver scritto una cagata su facebook? Gente in permesso per malattia che pubblica foto di spiagge assolate? Gente che scrive che il suo capo è un coglione? Gente che fa apprezzamenti su questa o quella collega salvo poi ritrovarsi con una bella letterina (di carta, non virtuale) delle HR? E’ possibile che una persona senza adeguata preparazione e senza una corposa dote di buonsenso si renda conto di cosa significa scrivere di getto su una bacheca virtuale cui hanno accesso (tra contatti diretti, condivisioni, errate impostazioni della privacy e altro) potenzialmente centinaia di migliaia di persone?

Parliamo di alfabetizzazione informatica, come contrasto all’avvicinamento informatico di cui parlavo prima. Tutti dicono che le nuove generazioni sanno tutto di computer e informatica. La verità è che non sanno un cazzo: sanno come accendere lo scatolotto che hanno in mano, come pubblicare un video su una piattaforma di condivisione e come mandare messaggi ai loro amichetti su whatsapp. Ma non sanno un cazzo di informatica quella vera, fatta di algoritmi e matematica analitica e architettura di basi dati e interfaccia uomo macchina e ottimizzazione di strutture per l’accesso da più thread e sistemi di messaggistica realtime e cazzi&mazzi. Non che ce ne sia bisogno, per carità: sono ben lieto di guidare la mia macchina senza sapere alcunchè di meccanica e sono ben lieto di avere un tetto sopra la testa pur non sapendo nulla di architettura. Ma non vado in giro ad aggiustare macchine o progettare case, mentre ci sono in giro un sacco di mezze seghe che raccontano di essere esperte di computer, niu media generescion e tutte quelle belle cagate che servono solo per scrivere su wired o ottenere un appalto per progettare la grafica del sito dell’Expo. Ma la vera informatica è un’altra cosa, e lo stato dei fatti non può che far incazzare quelli che come me l’hanno studiata per una vita, e continuano a studiare perchè si rendono conto di avere appena scalfito la superficie di un mondo incredibilmente complesso, vasto e in continua evoluzione. E sono sistemi come facebook che danno a chicchessia l’illusione distorta di sapere qualcosa di un mondo di cui non sanno nulla. Fine dello sfogo.

E poi ancora, è veramente positivo che alla gente sia dato uno strumento così incredibilmente potente senza che gli si imponga di fermarsi almeno un minuto a ragionare su cosa vuol dire tenere assieme una cosa del genere? La gente sa che che nel 2010 gli analisti supponevano a ragion veduta (http://www.datacenterknowledge.com/the-facebook-data-center-faq/) che l’infrastruttura di facebook spaziasse già su circa 60’000 (sessantamila) computer diversi connessi tra loro e sparsi in diverse location della California, e che (così a naso) questo numero è probabilmente almeno quintuplicato se non decuplicato negli ultimi 5 anni? Sanno che i computer di facebook sono stati progettati su misura per garantire la massima efficienza energetica, e che l’azienda ha lanciato un progetto pubblico allo scopo di diffondere questi progetti a beneficio di tutti (http://www.opencompute.org/)? Sanno che secondo stime non recenti e probabilmente superate, facebook totalizza più di un trilione (mille miliardi!!!) di pagine viste al mese, e pesa per il 9% del traffico web mondiale?

E non ho ancora iniziato a parlare degli utilizzi fraudolenti della rete. Utilizzi fraudolenti che esistono da che esiste Internet, beninteso; anzi, che esistono da quando esistono i mezzi di comunicazione. Truffe, raggiri, appelli strappalacrime costruiti sul nulla e notizie false o pesantemente manipolate diffuse solo per generare questo o quel sentimento e attirare visite per scopi pubblicitari. Tutto questo è sempre esistito, ma grazie a facebook ha trovato “finalmente” un canale di comunicazione diretto con persone con le difese abbassate e prive del senso critico e delle competenze necessarie per fare il benchè minimo ragionamento su quello che gli viene sottoposto.

Mi viene in mente, per esempio, il discorso delle truffe basate sul concetto di phishing: predispongo un sito fasullo a imitazione di quello di una banca online; mando un milione di email dicendo: “C’è un problema con il tuo conto corrente. Per evitare grossi guai, accedi al sito e leggi ulteriori comunicazioni”; metto in calce l’indirizzo del sito fasullo, che (se sono un truffatore attento) ha un nome che assomiglia a quello della banca. E su un milione di destinatari, vuoi che non trovi 10, 100, 1000 babbei che ci cascano e vanno a scrivere nel mio sito il loro numero di conto e la loro password? Il phishing è una piaga notevole, ma ha una grossa debolezza: il destinatario deve avere un indirizzo email e controllarlo personalmente con una certa cadenza. E, se una persona ha un indirizzo email e lo controlla con una certa cadenza, probabilità vuole che abbia idea di cosa sta facendo o almeno abbia al suo fianco qualcuno sufficientemente preparato da individuare le truffe più evidenti.

Lo stesso ovviamente non vale su facebook, un mondo aperto a tutti (ma davvero tutti) in cui tutto è facile e immediato. Se pubblico un articolo in cui dico che il senato ha approvato di nascosto l’emendamento “12×445-sticazzi” con cui obbliga i pensionati a ospitare gli immigrati nelle loro cantine, quanti andranno sul sito del senato a vedere se l’emendamento esiste? E quanti coglioni lo condivideranno senza pensarci due volte? Postilla necessaria: uso volutamente il termine “coglioni” perchè nell’epoca dell’informazione globale l’ignoranza non è una disgrazia ma una scelta precisa. Se uno non verifica le cagate che condivide non è perchè non può, ma perchè HA SCELTO di non farlo. Da qui l’epiteto.

Altro esempio, estremo ma non troppo: se pubblico un fotomontaggio con un gatto morto in mano a un mio compaesano e scrivo che “il bastardo ammazza gatti per divertimento”, quanti vorranno aspettare almeno un qualche tipo di conferma? Quanti porteranno la foto alla polizia per chiedergli di indagare e verificare eventuali responsabilità (dovrebbe essere la prima cosa che viene in mente a ciascun cittadino provvisto di un minimo di buonsenso)? E quanti, piuttosto, inizieranno a scrivere valanghe di insulti, minacce di morte e simili verso l’innocente paesano? Quanti andranno in giro a raccontare come fosse parola del Signore che il tizio è un bastardo che stupra gatti e vende i filmini amatoriali ai bambini all’uscita dalle scuole (perchè poi le notizie si gonfiano man mano che circolano, eh!).

E questo mi porta al ragionamento successivo. Se uno pubblica su facebook la foto di un tizio con un gatto impiccato, gli osservatori che faranno? Indagheranno? Chiederanno la versione dell'”imputato” (come è facile essere imputati ai giorni nostri, ormai non si passa più nemmeno dalla fase di “indagato”, subito di fronte al tribunale dellaggente onestà onestà!!11!), per poi presentarsi al comando dei carabinieri per mostrare la foto e chiedere che facciano luce sulla vicenda? E quanti invece riverseranno la loro frustrazione invocando pena di morte, ergastolo e camere a gas e “quando c’era il duce nessuno maltrattava i gatti” e poi NULLA DI PIU’? Per quanti un semplice insulto, like o condivisione è ormai assimilabile a una azione concreta? Sembra pazzesco, ma le foto di immigrati sui barconi con la scritta “condividi se vuoi che il governo li rispedisca a casa loro” hanno migliaia di condivisioni e milioni di “mi piace”. Per cosa? Servono a qualcosa? A qualcuno? Sicuramente fanno comodo a chi ha creato la foto e la pagina che la contiene, che forte di milioni di contatti mensili può mettere assieme un discreto gruzzolo grazie ai banner pubblicitari. E i dispensatori di like e condivisioni sono solo pecore da tosare, con la “fantastica” differenza che la pecora, una volta tosata, per un pò non può produrre altra lana. Mentre invece le pecore di facebook possono essere tosate ogni giorno: un giorno un barcone carico di immigrati, un giorno un falso disegno legge, un giorno un gattino maltrattato, un giorno un politico corrotto, un giorno una cura miracolosa..

Ecco, altro argomento interessante: le cagate spacciate su facebook che sempre più gente prende per vere. Per carità, le vaccate come le scie chimiche, i complotti sull’11 settembre, i vaccini che provocano l’autismo e compagnia bella sono sempre esistite, e fin da quando esiste internet hanno diffusione globale. Ma prima di facebook erano comunque rilegate a pieghe della rete in cui la gente difficilmente capitava per caso, e anche se ci capitava non gli dava particolarmente peso. I matti delle scie chimiche hanno sempre avuto siti internet (su cui vendere dvd e libri e piazzare banner pubblicitari), ma erano percepiti per quello che sono: luoghi virtuali di nicchia in cui i furbi adescano i fessi con teorie campate per aria. Adesso, nell’epoca delle pagine su facebook e dei “condividi” facili, non esiste un angolo al sicuro da queste cazzate. Come dicevo prima, nessuno si da pena di verificare quello che legge su facebook, specie se chi scrive è un minimo smaliziato o riesce (cosa non da poco, al giorno d’oggi) a scrivere tre parole in italiano senza sbagliare un congiuntivo e un tempo verbale. Inoltre è arcinoto che è più facile e veloce inventare 100 cazzate piuttosto che indagarne e smontarne una con criterio. Siti come http://www.bufale.net o attivissimo.blogspot.com ci provano da sempre e ne hanno fatto una ragione di vita, ma purtroppo non possono vincere: come diceva qualcuno, sin da Adamo i cretini sono la maggioranza.

Visto che questo testo sta pericolosamente avvicinandosi alla forma di sfogo, con epiteti a profusione, voglio rimarcare un concetto fondamentale che accennavo in precedenza: mi permetto di dare apertamente del coglione a chi crede nelle scie chimiche, a chi crede che i vaccini provochino l’autismo o a chi crede che condividere una foto su facebook possa cambiare l’iter di un decreto legge perchè sono intimamente convinto, al meglio delle mie capacità e delle mie competenze, di avere accertato nel modo più oggettivo possibile che i suddetti concetti (e molti altri) siano cagate. E, soprattutto, che questa consapevolezza discenda dall’accesso a fonti di informazione LIBERE e DISPONIBILI A CHIUNQUE voglia fare un minimo di ricerche. Ho letto un sacco di roba sui vari complotti, e ho scambiato opinioni con diverse persone convinte di questo o di quello. Cristo, per un certo periodo ho anche avuto una mezza dozzina di account (sotto pseudonimo) su alcuni forum di sciachimisti, animalari e complottisti undicisettembrini. E più leggo più mi convinco di essere dalla parte della ragione su queste cose. Detto questo, sono ovviamente prontissimo a ritrattare qualora qualche esperto riconosciuto volesse spiegarmi che sono in torto e perchè. Ma in un paese in cui l’opinione pubblica, sotto la spinta di un servizio farlocco e strappalacrime di un noto raccoglitore di spazzatura catodico, si spacca sull’efficacia o meno di una cura magica inventata in uno scantinato da un tizio laureato in scienze della comunicazione, tutto questo non succederà.

Ritornando all’argomento principale, mi viene in mente un altro aspetto che merita di essere stigmatizzato: i commenti. I commenti nascono come elemento distintivo del web “sociale” e pertanto non sono prerogativa di facebook: da tempo ormai qualunque piattaforma pare debba offrire la possibilità a pigs&dogs di lasciare un commento. Passi per i forum, che nascono apposta per quello. Passi anche per i blog, che spesso possono trarre valore aggiunto dai commenti degli utenti. Ma i siti d’informazione? Che senso ha che un quotidiano online offra la possibilità ai suoi lettori di commentare un articolo? Un sito di informazione deve generare informazione, e non dibattito. E che dibattito poi: i commenti alle notizie sono sempre e solo spazzatura, sfoghi personali e insulti vari. Che utilità c’è poi quando i commentatori addirittura iniziano a litigare tra di loro? I commenti “a tutti i costi”, che “fa tanto uebbe duepuntozero”, sono una storpiatura del sistema. Ci sono casi in cui un testo non ha bisogno di essere commentato. O non deve essere commentato. O non deve essere commentato da pigs&dogs. Come i presunti giornalisti dei telegiornali nazionali più visti: si parla di un argomento molto tecnico e molto delicato (caso Stamina, politiche monetarie internazionali, gestione dell’immigrazione sul suolo europeo) e poi si va per strada a chiedere al primo che passa cosa ne pensa. Che cazzo ne sa lui? Hanno cercato un esperto riconosciuto, uno studioso, un docente universitario nel ramo? No, hanno preso il primo che passa!!! Cazzo me ne frega di sapere che al “tizio che passa per strada” il metodo Vannoni piace e che Nature, la rivista scientifica forse più rispettata al mondo, “non gliela conta giusta?”?????

Per rientrare nel seminato, i commenti sono un elemento intimo della piattaforma sociale di facebook. Sono lo strumento di interazione privilegiato tra utenti e per questo sono sempre stati spinti e semplificati, in ossequio alle linee guida della piattaforma. E fin qui nulla di male. Il problema è che la maggior parte della gente non vuole affrontare una discussione in merito alle sue idee. Uno stream di commenti genera un dibattito, poichè anche chi non la pensa come me può dire la sua. E questo spesso non va giù a chi scrive. E giù commenti negativi, minacce, litigi e insulti. Beninteso, non sono assolutamente estraneo alla cosa: anche a me hanno spesso dato fastidio commenti a detrimento delle mie tesi. Ma, spesso, questi commenti sono nati da ignoranza, presunzione o semplicemente una forma mentis diversa dalla mia: nulla di male, sia ben chiaro, ma forse forse ho scritto la mia opinione su facebook per condividerla con il mondo e non per offrirti una maledetta vetrina sulla quale fare esercizio di sbeffeggio allo scopo di dare forza al tuo punto di vista sul mondo. Torto mio, ovviamente: so che esistono i commenti e so che su facebook non si possono disabilitare o moderare in modo immediato. In questo caso il torto è dalla parte di chi non ha saputo scegliere la piattaforma giusta, quindi io.

Ulteriore aspetto: se io scrivo una cosa e tu ti premuri in buona fede di fornire la tua opinione costruttiva, perchè questa deve essere alla mercè di chiunque? Perchè pigs&dogs che passano di lì devono poter vedere quello che tu hai scritto e magari attaccare pure te, solo perchè tu ti sei preso la briga di fornirmi un commento (beninteso, costruttivo)? Forse sarebbe stato meglio per entrambi se mi avessi mandato una email (strumento arcaico di comunicazione risalente al medioevo, a quanto pare) e attraverso quella avessimo proseguito una utile conversazione, probabilmente destinata a sfociare in una birra in centro? Se volevo un confronto pubblico andavo su un forum di settore (e per qualunque settore dello scibile umano c’è un forum, credetemi).

Discorso a parte per il reminder dei compleanni. E’ stracomodo avere un promemoria giornalieri dei compleanni dei miei millemila “amici” e poter sfangare i doverosi auguri con due click che tolgono la fatica di mandare un sms. Ma è forse giusto così? Una volta non eravamo tutti tenuti o spinti a sapere/festeggiare i compleanni di tutti i nostri 800 amici. Una volta la gente si segnava sul calendario (quello di carta, con le pagine, roba del medioevo) i compleanni importanti, di amici intimi e famigliari, e al momento giusto si premurava di fare un colpo di telefono o almeno un messaggio personale. Adesso ogni giorno è un compleanno e un messaggio standard di auguri. A che pro? Da qualche anno a questa parte ho tolto la data di nascita dal mio account, che quindi non notifica più il mio compleanno. E, naturalmente, ogni anno ricevo al più una dozzina di auguri. E la cosa mi sta benissimo! Perchè non sono un fanatico di compleanni e di festeggiamenti, e perchè so che ciascuna delle persone che mi ha scritto si è presa la briga di segnare o ricordare il mio compleanno, e un augurio da loro vale più di mille auguri prodotti in serie. E per chi non se ne è ricordato, pazienza! Non pretendo che tutti si ricordino a memoria una data che ha valore solo per me e i miei genitori, e la memoria per dettagli insignificanti non è certo tra i metri di giudizio che uso per valutare le mie amicizie. Ma se devo ricevere una raffica di notifiche il giorno del mio compleanno, voglio che provengano da gente che si è presa la briga di ricordarlo.

Sempre per non voler lasciare spazio a presunte ipocrisie, chiarisco subito che facebook è divertente. Sul serio. E’ un pozzo senza fondo che assorbe tutto il tempo che vi si butta dentro. Potrei passare ore a sfogliare foto e leggere aggiornamenti di stato degli amici, e pubblicare cazzate (come ho sempre fatto e continuerò a fare fino al momento in cui avrò chiuso l’account). Negli anni ho pubblicato centinaia di aggiornamenti di stato e foto, e non cercherò certo di negarlo o tantomeno di vergognarmene. Ma più passa il tempo e più mi rendo conto che scrivere con leggerezza dove tutti possono leggere è foriero di guai a non finire. Una foto pubblicata in un attimo di euforia, un commento a caldo dopo aver letto qualcosa che mi ha indignato o dopo aver litigato con qualcuno, è davvero difficile immaginare come tutto questo possa, anzi, debba portare dei guai prima o poi? Mi ritengo una persona sufficientemente accorta, conosco la rete e i suoi pericoli grazie ad anni di utilizzo e di studi connessi, eppure certe volte (sempre più spesso, ultimamente) mi trovo a litigare o discutere per qualcosa che ho scritto o pubblicato su facebook. O, ancora più spesso, mi trovo a incazzarmi per qualcosa che qualcun altro ha pubblicato su facebook. Magari qualcosa di personale, magari qualcosa che non merita di essere messo alla mercè di cani e porci ma condiviso sapientemente e con metodo con una schiera di famigliari e amici intimi. Senza contare i malintesi: un “mi piace” messo di getto può essere visto e male interpretato mesi dopo! Un’amicizia accettata sovrappensiero (o, Dio ce ne liberi e scampi, cancellata) può essere interpretata in qualunque maniera. Vale la pena vivere nella paura che ogni mio passo possa un giorno tornare a minacciare la mia serenità?

Forse il mio stato d’animo attuale è anche legato a un processo di crescita. Ho ormai finito da tempo l’università e il dottorato. Sto per diventare padre. Sto comprando casa. Ho un lavoro serio a tempo pieno, e so che esso è lo strumento con cui portare avanti la mia famiglia e non solo soddisfare i miei interessi. E non voglio che cani&porci sappiano dove lavoro. Non è un segreto (non è che lavoro in nero o per il KGB), ma non sono neanche cazzi loro. E non voglio che cani&porci sappiano dove vado a vivere o che vedano come arrederò la mia casa nuova. Anche questo non sono cazzi loro. E non voglio, non voglio, NON FOTTUTAMENTE VOGLIO che il mio futuro figlio diventi argomento di conversazione per cani&porci. Non voglio che sue foto finiscano in rete e non voglio che cani&porci sappiano se è nato sano o no e se è biondo o rosso come il papà e quanto pesa e se mangia. Il solo pensiero che questi argomenti possano diventare materia di dibattito mi colma di orrore e mi disgusta al tempo stesso. Questi argomenti sono appannaggio mio e di mia moglie, delle nostre famiglie allargate, e degli amici fidati con cui decideremo consapevolmente di condividerli. Ovvio che gli amici stretti sapranno del parto grazie all’arcaico sistema della catena di telefonate/messaggi, e se lo vorranno potranno sapere in che ospedale siamo e potranno venire a trovarci. Ovvio che gli amici più cari potranno tenere tra le braccia (con prudenza e sotto lo sguardo torvo del padre) mio figlio. Ovvio che gli amici più cari, i compagni dell’università e alcuni selezionati compaesani loveresi potranno venire a vedere dove abito e saranno sempre i benvenuto per un caffè o una cena. Ma questo non vale per cani e porci su un sito per guardoni.

E la tragedia è che mi rendo conto che tutto ciò è inevitabile. Perchè ci sarà sempre qualcuno pronto a pubblicare (magari con le migliorissime intenzioni, non sto mettendo in dubbio la buonafede anche se sarebbe meritevole di un capitolo a parte) foto o commenti su aspetti intimi della mia esistenza, o a mettere alla berlina le mie buone ragioni o le mie convinzioni solo per spirito di prevaricazione o desiderio di indottrinare (e, vigliacca la puttana, tutte le volte che un nazionalista filofascista come me scrive due cose moderate su facebook ci sono sempre torme di comunistoni all’erta e pronte a scassare la minchia!!! Piantatela di rompere il cazzo, se ho scritto qualcosa è perchè ci ho pensato a lungo e non è che un commento di due righe scritto di fretta, un link a qualche dubbio sito arcobaleno o un riferimento a cazzo alla tragedia palestinese mi farà cambiare opinione come per magia).

Nota a margine: mi permetto di alzare i toni degli sfoghi perchè so per certo che ormai il 99% dei lettori iniziali ha desistito. Se sei arrivato fin qui ti ringrazio fin d’ora di cuore. Ti prego, mandami una mail a mario.piccinelli@gmail.com affinchè possa stilare una statistica di quante persone hanno davvero voluto dedicare mezz’ora del loro tempo al mio delirante sfogo. E soprattutto non lasciare “mi piace” a questo testo se l’hai trovato su facebook: voglio vedere quanta gente leggerà solo le prime righe e lascerà un “mi piace” a caso senza essere arrivata fin qui🙂

Ecco, forse questo concentrato di paranoia e sfoghi personali e assolutamente non interessanti per il mondo esterno è servito ad arrivare al nocciolo della questione. Forse è questo il motivo più intimo per il quale desidero lasciare facebook. Per evitare conflitti idioti. Per non dovermi preoccupare quando pubblico qualcosa. E per non dovermi incazzare per quello che scrivono gli altri. So che la mia assenza non cambierà le cose all’interno: so che prima o poi cani e porci vedranno le foto di mio figlio su internet, e so che sarà argomento di conversazione. So che i litigi nell’intimo della vita reale si tramuteranno in aggiornamenti più o meno sibillini dati in pasto al grande pubblico che ne potrà quindi fruire appieno con commenti, inutili moralismi e patetiche frasi fatte. La cosa mi dà il voltastomaco, e il sentore che taluni aggiornamenti riguardanti cazzi miei vengano pubblicati a mia insaputa e siano quindi visibili ai miei contatti ma non a me contribuisce solo a farmi ribollire il sangue. Per cui no, so che le cose non cambieranno dentro facebook. Ma io non ci sarò e non potrò vederlo. E se non posso vederlo forse preserverò più a lungo la salute del mio fegato. E tanto mi basta. Non vale la pena lottare contro i mulini a vento.

Cosa farò ora? Diventerò asociale? Ovviamente no, perlomeno non più di quando non lo sia adesso. Non ho alcuna intenzione di tornare nel medioevo o smettere di vivere la nostra epoca. Ho una mail, mario.piccinelli@gmail.com, che ora tornerà ad essere il mio principale mezzo di comunicazione online come è giusto che sia. Ho un blog che non aggiorno da due anni, piccimario.wordpress.com, su cui ora ricomincerò a scrivere quando avrò qualcosa di interessante da condividere con il mondo. Ho un canale twitter, @piccimario, che potrei ricominciare ad adoperare per commenti estemporanei. Ho un sito spoglio e triste e con una brutta foto (non è la foto brutta, è proprio colpa del soggetto!), mariopiccinelli.it, che quantomeno contiene i link sopracitati. Ho un cellulare e whatsapp, e amici e parenti hanno il mio numero. Quindi ci sono molti modi per me di restare in contatto con il mondo online e molti modi affinchè gli amici mi possano contattare. Ho google news, il sito del fatto quotidiano e del sole 24ore per tenermi aggiornato su cosa succede nel mondo. E ho una lista di 40-50 blog che seguo con un account Feedly per tutto il resto. Ho un account Steam e tengo monitorate le offerte (e si sono appena conclusi i saldi estivi!!!!), quindi non mi mancano i modi per passare il tempo senza andare su un sito a leggere i fatti altrui. Non penso di estraniarmi dal mondo solo per aver scelto di non avere più uno stupido account facebook.

Ho appena completato la procedura di backup dei dati del mio profilo: tutte le foto, tutti gli aggiornamenti, tutto di tutto. E, cavoli, è davvero tanta roba! Adesso faccio logout, disinstallo l’app dal cellulare e presto o tardi torno a cancellare l’account.

Ciao a tutti, la rete è vasta ed infinita (cit) e ci sono un sacco di cose interessanti là fuori, una volta tirato fuori il naso dal rassicurante recinto bianco e blu.

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Una risposta a Perchè ho deciso di sbarazzarmi del mio account Facebook

  1. Matteo Loda ha detto:

    Sono arrivato a metà Mario, ma fnirò di leggerlo il prima possibile :X

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